Il Duomo di Teramo

Alla scoperta
di un patrimonio

Storia dell'edificio sacro


(Ilaria Valleriani)

Dalle origini al '500

A lungo soggetta al potere degli Attonidi, signori di un vasto dominio territoriale esteso dal Chetino fino all’Aprutinium, prima di venir inglobata nel 1140 nel Regno di Sicilia, nel 1155 Teramo fu messa a ferro e fuoco dal conte Roberto di Loretello, rea, a quanto pare, di non averlo assecondato nella rivolta contro il nuovo sovrano, Guglielmo I d’Altavilla.

Il vescovo Guido II, facendosi carico delle drammatiche condizioni della sua comunità si recò allora a Palermo, ottenendo dal re, il permesso di ricostruirla insieme con la Cattedrale, anch’essa ridotta ad un cumulo di macerie.

La costruzione della Cattedrale iniziò quindi nel 1158 ed i lavori sono andati spediti fino al 1176 quando fu terminata e consacrata.

L’aspetto attuale della Cattedrale, sia interno che esterno, è il risultato, oltre che delle continue trasformazioni che l’edificio ha subito nei secoli, anche dei numerosi interventi di restauro e ristrutturazioni.

La chiesa, appena innalzata, era in stile romanico: aveva tre navate, facciata a salienti, copertura a capriate e tiburio ottagonale centrale; era preceduta da un nartece a tre fornici, al quale, per compensare la pendenza del terreno, si accedeva forse mediante alcuni scalini. Nel frattempo il corpo del palladio San Berardo era stato seppellito in un altare innalzato in luogo eminente nel lato destro del presbiterio.

Tra il 1331 e il 1335 il vescovo Nicolò degli Arcioni (1317-1355), membro di una nobile famiglia romana, imposto dal pontefice Giovanni XXII, fece trasformare profondamente l’edificio, prolungandolo nella parte settentrionale con un nuovo corpo di fabbrica, leggermente disossato rispetto alla parte anteriore più antica che perse le tre absidi. Due ampie campate erano scandite da una coppia di snelli pilastri su cui impostano aeree arcate trasversali e longitudinali, rispettandone la tripartizione e il perimetro, ma innalzando sensibilmente le quote del tetto delle navatelle.

Il nuovo corpo risulta leggermente fuori asse rispetto all’edificio romanico per gli ostacoli frapposti da costruzioni che nel frattempo si erano addossate alla chiesa sul lato meridionale.

Fu inoltre aggiunto lo splendido portale a tutto sesto, con strombatura a tre sbalzi intercalati da due colonne tortili su ogni lato e decorati da fasce a mosaico in stile cosmatesco, datato 1332 e firmato da Deodato romano: “MAGISTER DEODATUS DE URBE FECIT HOC OPUS MCCCXXXII”.

Altre due colonnine che poggiano su leoni stilofori affiancano il portale e sorreggono due eleganti statue, un Angelo Annunciante ed una Vergine attribuite a Nicola da Guardiagrele.

Al centro dell’architrave è visibile lo stemma del vescovo Niccolò degli Arcioni tra quelli di Atri a destra e Teramo a sinistra. Le ante in legno cinquecentesco andarono distrutte e furono rimpiazzate da riproduzioni realizzate nel 1911 da Luigi Cavacchioli.

Nella seconda metà del quattrocento sul portale fu posto un grande timpano gotico triangolare, che racchiude al centro una finestra rotonda sovrastata da un’edicola contenente una statua del Redentore che benedici; ai lati di tale ghimbera altre due edicole, anch’esse a forma di guglia, racchiudono le statue del Battista e di san Berardo.

Nel 1500 si comincia invece a far parola del recinto canonicale. Da uno strumento del 1541, segnalato dal Palma, si apprende che il “cimiterio confinava a levante col coro”. I canonici si ostinavano però a voler cantare i divini uffici nella sacrestia nuova. La posizione defilata consentì al coro di superare indenne la “normalizzazione” della chiesa promossa nel 1566 dal vescovo Giacomo Silverio Piccolomini, allineatosi prontamente ad una pratica che proprio in quegli anni prese piede da un capo all’altro della Penisola, investendo in modo precipuo le chiese mendicati. Nella circostanza il Piccolomini eliminò alcuni altari, oltre a un cospicuo numero di “sepolture sopra terra, nelle cui coperte − ricorda il Muzii − erano intagliati i ritratti di uomini armati di tutt’arme con i nomi di ciascuno e tempo della lor morte".

Il Duomo di Teramo in età moderna

Del barocco seicentesco nell’ Abruzzo rimane ben poco, soprattutto perché il nuovo stile tardò ad inserirsi nel contesto culturale esistente e, quando vi riuscì, raramente fu connotato di carica innovativa e rivoluzionaria.

Il barocco del XVII secolo, invece, si è adattato all’esistente secondo moduli consueti, tranne in alcuni casi che restano piuttosto delle eccezioni, in un quadro generale dominato da una sorta di conformismo stilistico e tipologico.

Nel Settecento l’Abruzzo importa linguaggi architettonici da altre regioni attraverso tre canali principali: influssi romani, napoletani e lombardi.

Pertanto la cattedrale teramana nel contesto barocco appartiene tipicamente all’Abruzzo.

Con un documento finora inedito, la “Relazione ad limina” del vescovo Montesanto del 1605, possiamo far iniziare la fase seicentesca del S.S. Sacramento.

Eretta in uno spazio separato da quello delle navate della chiesa, definita architettonicamente all’interno e all’esterno da un proprio volume e da una caratteristica copertura, di cui quella attuale conserva ancora sostanzialmente l’aspetto originale seicentesco, deve essere infatti riferita agli inizi del Seicento e quindi all’operato del vescovo Montesanto.

Tenendo conto delle numerose trasformazioni e demolizioni, che hanno alterato in parte lo schema di pianta, quello della cappella va considerato comunque uno spazio a pianta centrale: una croce greca inscrivibile in uno spazio non perfettamente quadrato. Le quattro absidi rettangolari contrapposte voltate a botte e inglobate infatti solo in parte nella muratura perimetrale della cattedrale, si aprono su uno spazio centrale quadrato non perfettamente regolare, sormontato da una cupola ottagonale. Le vele dell’ottagono si elevano sopra una cornice decisamente aggettante, impostata a sua volta su trombe scavate e poste a raccordare l’ottagono al quadrilatero di base.

Tra gli interventi settecenteschi più rilevanti rimane però quello di trasformazione interna della Cattedrale promosso dal vescovo Tommaso Alessio de’ Rossi ed attuato durante il suo episcopato a partire dal 1739 in cui decise di adeguare la cattedrale al gusto barocco dell’epoca ed alle mutate esigenze del culto.

Le colonne e le sei campate romaniche furono sostituite da due cupole sostenute da pilastri, la copertura delle navate laterali fu elevata riducendo a due sole falde il tetto; fu stesa una decorazione a stucco, a sottolineare la maggiore uniformità tra il nucleo più antico e quello arcioniano.

Accanto a quello principale furono aperti i portali minori e fu costruita la grande cappella di San Berardo, unico luogo ove è ancora visibile il risultato di questo rifacimento.

Nuove sensibilità culturali si svilupparono nei secoli successivi e portarono alla decisione di riportare la cattedrale al suo aspetto medievale.

I restauro che hanno interessato il duomo nel XX secolo costituiscono l’intervento maggiormente determinante la fisionomia attuale.

L’interno della cattedrale è infatti il risultato dei restauri di ripristino degli anni Trenta: la parziale scoperta delle grandi arcate della navata superiore, avvenuta nel 1926 a causa della fatiscenza delle coperture settecentesche, impose e comunque determinò successivamente la demolizione di tutte le altre strutture barocche che occultavano le forme medievali, tanto nella nave superiore quanto in quella inferiore.

Nella metà del secolo scorso iniziarono i lavori di isolamento urbanistico del monumento che, completati solo nel 1972, portarono alla progressiva distruzione di quei fabbricati che nei secoli si erano addossati alle murature esterne, inglobando l’edificio all’interno del tessuto edilizio. L’insieme di questi interventi ha completamente modificato l’aspetto del monumento ed il suo rapporto con il contesto urbano.

Con l’isolamento della cattedrale è infatti andata perduta anche l’originale struttura tardo cinquecentesca dell’annessa sacrestia. Insieme alla demolizione dei fabbricati sulla ex piazza Vittorio Emanuele (oggi Piazza Orsini) e a seguito dell’inizio dei lavori di apertura della nuova strada, venne infatti presentata, come evidente e indispensabile, la necessità di demolire i corpi di fabbrica addossati al lato meridionale della navata superiore.

Dalla relazione valutativa redatta per la demolizione di questi sappiamo che consistevano in “due ambienti”, di cui uno a forma di capannone, l’altro molto più grande addossato alla cattedrale e alla cappella di San Berardo, ad uso di coro per i Canonici, ove sono disposti gli armadi per gli arredi sacri, un pregevole Coro in legno ed un altrettanto pregevole altare scolpito, ma costruito con muri grezzi di pietrame, di cui quello addossato alla cattedrale chiude una bellissima finestra monofora”.

I corpi di fabbrica erano stati costruiti in antico per successive sovrapposizioni, con materiali poveri senza criterio organico e senza preoccupazioni di estetica, trattandosi di fabbriche che si affacciavano su aree private, sottratte a pubblica vista.

La sacrestia fu così interamente ricostruita negli anni Quaranta del secolo scorso ripristinando quasi l’esatto ingombro planimetrico, ma perdendo tuttavia le decorazioni originali, delle quali non rimane che la sommaria valutazione fatta prima della demolizione.

Ci sono sulla cattedrale anche interventi recenti. Il giorno 8 settembre 2007 infatti, dopo tre anni di restauri, il Duomo è stato riaperto al culto. Nel corso dei lavori sono stati ritrovati, sotto il pavimento, e resi visibili al pubblico, la cripta di San Berardo e un cunicolo che dalla cripta si dirige verso Piazza Martiri della Libertà. Sono stati inoltre osservati resti di costruzioni precedenti sotto il pavimento nella parte prossima all’ingresso principale.