Il Duomo di Teramo

Alla scoperta
di un patrimonio

La Rappresentazione della Passione
nel Duomo di Teramo


(Patrick Alesi)

Una Sacra Rappresentazione nel Duomo di Teramo

Il 2 Aprile del 1979, per la regia di Antonio Calenda, il TSA presentò nel Duomo di Teramo la Passione di Cristo, la Sacra Rappresentazione di origine medievale desunta dal codice V.E. 361 della Biblioteca Nazionale di Roma, curata negli anni 1576 e 1577 dalla monaca copista di Chieti Maria Jacoba Fioria.

Il testo utilizzato dal Teatro Stabile dell´Aquila proviene dalla prima edizione a stampa del 1924 curata da Vincenzo De Bartholomaeis, un´ organica raccolta di Sacre Rappresentazioni abruzzesi.

La monaca copista diede ad una vaga tradizione orale una compiuta codificazione lessicale: il testo infatti è composto dalla trascrizione di versi elaborati attraverso la recitazione in italiano arcaico, tributario dal latino e con influssi toscani, laziali e soprattutto umbri, ma gia´ strutturato −nel lessico e nella sintassi− come la parlata aquilana.


Lo spettacolo

Sacra rppresentazione di Calenda

In un articolo dell´Avvenire del Marzo 1978 Odoardo Bertani descrive così questa geniale trasposizione scenica: « Calenda apre lo spazio al presente, ai suoi simboli e alle sue immagini, alla realtà e alle sue metafore: nell´Evangelo si parla di crudeltà, dolore, di potenti e d´innocenti, di carnefici e di vittime, di vita e morte e vita ancora; la storia e la contemporaneità ci mettono di fronte e dentro a tutta una epifania di questi fatti [ … ].

Nell´esperienza italiana, il momento di più alta condensazione e intensita´ del dolore individuale e collettivo coincide con gli anni ´ 40: è la metafora contemporanea perfetta per l´ingiustizia e del messaggio di speranza che animarono la Passione di Cristo e che tuttora mobilitano la coscienza di milioni di uomini.

Si può allora leggere l´Evangelo nella contemporaneità, sicché può il Sinedrio vestire come un´assise di gangsters e radunarsi dal barbiere e bere del caffè, e la Madonna può trovarsi alla macchina per cucire, e Gesù è quel partigiano che viene ammazzato con una scarica di mitra. E la resurrezione è anche nel vagito d´un neonato, nel cinguettio degli uccelli e nel pane sollevato ad ostia di comunione totale, che conclude la rappresentazione[ … ] ´.


L´anticonvenzionalità dello spettacolo emerge sin dall´inizio, quando dei poveri comici irrompono sulla scena tra gli echi della guerra di liberazione.

−Può apparire giustamente insolito, forse per alcuni scandaloso, che la scena di un gruppo di poveri comici dell´avanspettacolo introduca gli avvenimenti della Passione− dichiarerà Calenda in un´intervista sullo spettacolo riproposto ventanni dopo.

L´ avanspettacolo è molto caro alla sensibilità del regista che lo considera quel genere −autenticamente popolare, le cui radici si possono e si devono ricercare nelle modalità espressive, di comunicazione e di linguaggio, della cinquecentesca Commedia dell´Arte[…]−.

Così nella Rappresentazione della Passione alcuni personaggi richiamano quella −fatica che può diventare aspirazione alla rinascita: l´urlo della ballerina incinta, ad esempio, si confonde così con l´ululato delle sirene e al fragore delle bombe.

Il povero reduce di guerra è una piccola figura grottesca che si aggira per la scena mossa dai morsi della fame, ma diventa inconsapevole protagonista nella condivisione dell´Eucarestia, tanto da soddisfare i proprio bisogni primari con il pane e il vino di Cristo.

L´angelo del Getzemani, invece, è un altro riferimento alla semplice euforia, al fervore di quegli anni.

Questi elementi visivi e scenici, apparentemente lontani dalla storia che viene rappresentata, fanno da sponda per la metafora che si vuole far rivivere sulla scena: Cristo, un uomo come tanti, che soffre e muore per gli altri[…]−.

Nello spettacolo di Calenda c´è anche la êPassioneê al femminile, dove Maria −è il concentrato, l´essenza di tutti i dolori, di tutte le passioni delle donne, madri e figlie.
Con −estrema e assoluta fedeltà al testo, alla sua specificita´ linguistica fatta di latino e dialetto volgare, di ridondanze onomatopeiche, una lingua êin fieriê scarna e petrosa, essenziale, improntata alla musicalità e al ritmo della metrica latina−, e grazie all´impianto scenico e ai costumi, Calenda evita −uno spettacolo apologetico, agiografico− e comunica sulla scena −un Cristo discutibile, spigoloso, êpasolinianoê, ribelle, carico di umanità e contraddizioni. Colmo di amore verso la madre e allo stesso tempo insofferente, come accade spesso ai giovani nell´amore infastidito per i genitori[…]−.

La scena nel Duomo

Dopo aver tolto tutti i banchi, nel Duomo venne montata un´alta pedana rettangolare in legno: una lunga êpasserellaê sulla quale si svolgeva l´azione. Il pubblico numerosissimo era disposto in parte seduto e in parte in piedi attorno al percorso scenico disegnato dai praticabili.

Questa scelta scenografica, curata da Francescangelo Ciarletta, voleva stravolgere fisicamente il rapporto spettatori/palcoscenico, riproponendo gli spazi canonici delle rappresentazioni sacre: il luogo deputato, elevato rispetto agli spettatori nella doppia funzione di agibilità visiva e di topos tipicamente evangelico (il monte Tabor, il monte Calvario) e le êstationesê medievali ed itineranti della Via Crucis, anch´essi iniziali nuclei di liturgia drammatica.

Un´altra suggestione suggerita dalla scenografia è la condizione di êpellegrinaggioê dei personaggi, che −costretti a girare ora con impeto ora con la pesantezza del loro fardello di angoscie e di dolore, si incontrano e si scontrano in alcuni êcentriê dello spazio scenico.

A volte convergenti, a volte paralleli o speculari, come su una passerella di moda si mostrano in questo che può ancora essere luogo di patibolo, non dissimile dalle impalcature delle impiccagioni o delle ghigliottine, o fossa nel cui humus oscuro si ordiscono complotti (tale è la barberia, dove i farisei cercano di mantenere il loro potere)[…]−.

Lo spazio scenico in cui si esplica questa metafora del dolore e della sofferenza diventa alla fine il luogo di una plausibile speranza e induce il pubblico −a considerarsi non semplice spettatore passivo, bensì protagonista di una colletiva visione generale di eventi che lo riguardano direttamente, sui quali deve prendere posizione: di fronte a se stesso e al proprio modo di far parte della societa´, che egli puo´ e deve contribuire a rendere migliore[…]−.

Altre Rappresentazioni Sacre nelle chiese teramane

Rappresentazione della passione nell'edizione del 1977

regia: Antonio Calenda
costumi: Ambra Danon
musica: Germano Mazzocchetti
scenografia: Francescangelo Ciarletta
luci: Franco Ferrari

Interpreti:


Citazioni musicali di: Donizetti, Georg Friedrich Haendel, Gioacchino Rossini, Zequinha Abreu, Armando Gill, Julius Cesar Sanders
Durata: circa 1 ora e 20 minuti

Un frammento del testo

Christo
Ben si´ trovata, Matre mia serena;
Ecco lo tuo figliolo quale ami tanto;
Non pigliare, Matre, del mio dire pena
Né mancho, Matre mia, ne fate pianto,
Perché quello che dirrò commene che sia;
Però te ne contenta, Matre mia.
Christo
Chara mia Mater, multo voluntero
io te diraio il tucto certamente:
Che io mora, ben sapete, ill´é mistero,
Ché così vole il Padre Onnipotente:
Sì che comene che vada ad hubidire
Et questo é lla sustantia del mio dire.



Maria
Dolce mio Figliolo, or che volete dire,
Che gratia me domandi a quisto punto?
Che sii, Figlio, da me benedicto!
Dichiara che vòi dire con affecto
Maria
Oimé, Figlio, che avete dicto?
Oimé, anima mia et mio conforto,
Che dalle mie poppe tu si benedicto,
Non gire questa volta ad essere morto!
Stacte con noi, Figlio, et non ce annare
Et questa morte non volere fare!





Fonti: